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Eucarestia e Creato

Scritto da , sezione: Teologia 9831 6

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Per un’Ecologia Eucaristica.

Benedetto XVI e il riferimento “ecologico” dell’Eucarestia. Un confronto con la teologia ortodossa


 

In diversi interventi tratti dalla riflessione di Benedetto XVI in materia di attenzione e salvaguardia del creato, emerge un riferimento interessante al legame fra creazione ed Eucarestia.
Si tratta, in vero, di non molti interventi, ma di alcune omelie e del n. 92 della “Sacramentum caritatis” dove si afferma che il popolo cristiano può realmente sviluppare «una spiritualità eucaristica profonda», quando, rendendo grazie con l’Eucaristia, abbia coscienza di farlo in nome dell’intera creazione.
Il Papa emerito Ratzinger ribadisce una dimensione cosmica dell’Eucarestia, così come in generale della liturgia cristiana che – afferma il cardinale Koch, commentando la prospettiva teologico liturgica offerta da Benedetto XVI – è «molto di più che l’incontro di una comunità di persone più o meno grande, ma viene anzi celebrata nell’immensità del cosmo e comprende insieme storia e creazione».
È una concezione, questa, che in Benedetto XVI era già presente prima dell’elezione al soglio pontificio e che, come ricorda Karl Golser, da cardinale aveva già, agli inizi degli anni ’80, «criticato il fatto che la teologia postconciliare aveva trascurato il tema della creazione, concentrandosi troppo sul concetto di storia della salvezza che dopo il Concilio sembrava essere il paradigma più appropriato per presentare tutta la teologia».
 
Sebbene eucaristizzare l’universo sia anzitutto una visione teologica che viene dai Padri greci e che trova, nella storia, un ampio sviluppo nella tradizione ortodossa, Benedetto XVI, in linea di massima, inquadra tale visione nella prospettiva escatologica attinta soprattutto da Sant’Agostino (354 – 430).
Per il teologo ortodosso Ioannis Zizioulas (Ιωάννης Ζηζιούλας), però, la visione agostiniana delle cose ultime non contempla tanto la natura creata tendendo a “spiritualizzare” tutto e l’Eucarestia, invece di essere una benedizione sulle cose materiali – una «cosmologia eucaristica», per Zizioulas, propria di quel primo Cristianesimo che si ritrovò a dover fondere insieme visione razionale del mondo tipico della cultura greca, e contemplazione profetica della natura vista come dono, tipica del mondo ebraico – «divenne presto in primo luogo un memoriale del sacrificio di Cristo e uno strumento della grazia per il nutrimento dell’anima».
L’uomo occidentale – secondo quest’autore – per favorire un incontro spirituale personale con la grazia sacramentale, si allontanava dalla sua funzione di «sacerdote del creato», il cui compito «naturale», in quanto dotato di una libertà trascendente, era quello di riferire tutte le creature a Dio:
 

(…) nel peccato originale egli ha usato in modo sbagliato questa libertà, rapportando le cose create che gli sono sottomesse non a Dio, ma a se stesso, mettendosi al posto di Dio. Così invece di glorificare Dio con il creato ha cominciato a sfruttarlo per i propri scopi (…)

 
Per Golser, questo atteggiamento ha segnato, in teologia, l’inizio della crisi ecologica. Da qui la necessità etica, secondo questi autori, di un ritorno al Creatore attraverso un «uso eucaristico del mondo, un atteggiamento che riferisce a Dio tutto ciò che è nel mondo».
 
È in “Introduzione allo spirito della liturgia” che il teologo Ratzinger parlava particolarmente della dimensione cosmica del rito a partire dalla riflessione sul suo sviluppo storico e, soprattutto, si soffermava sul senso del «guardare ad oriente» dell’intera assemblea celebrante che, con l’intera creazione ed in essa, si poneva in cammino verso, si poneva cioè in una dimensione escatologica nel contesto storico di un «cosmo che parla di Cristo»:
 

Ora si guarda a oriente, al sole che sorge. Non si tratta di un culto solare, ma è il cosmo che parla di Cristo. In riferimento a Lui viene ora interpretato l’inno solare del salmo 19 [18], dove si dice: “egli (il sole) è come uno sposo che esce dal suo talamo (…)”.
[…] Ciò viene ora inteso a partire da Cristo, che è la vera parola, il logos eterno e, dunque, la vera luce della storia […] Il fatto però che si veda Cristo simboleggiato nel sole che sorge rinvia anche a una cristologia escatologicamente determinata. Il sole simboleggia il Signore che tornerà, l’ultima alba della storia.
Pregare rivolti ad oriente significa andare incontro a Cristo che viene.
[…] Infine, questo volgersi a oriente significa anche che il cosmo e la storia della salvezza sono tra loro collegati. Il cosmo entra in questa preghiera, anch’esso attende la liberazione. Proprio questa dimensione cosmica è un elemento essenziale della liturgia cristiana. Essa non si compie mai solo nel mondo che l’uomo si è fatto da sé. Essa è sempre liturgia cosmica. Il tema della creazione è parte integrante della preghiera cristiana. Essa perde la sua grandezza se dimentica questo stretto rapporto.

 
Sebbene nell’opera sopra citata è evidente un riferimento ad una dimensione cosmica del compimento escatologico di cui la liturgia si fa espressione, Francesco Brancato è del parere che nel teologo Ratzinger la liturgia è inizialmente «memoria e invocazione del Signore già venuto e ancora veniente»: il riferimento cosmico, quello alla ricapitolazione di tutte le cose, natura creata compresa, per Brancato sembra in generale essere carente, «come appare del resto carente la sua dimensione pneumatologica […]». Forse l’autore intende dire che tale riferimento non è primario, visto che immediatamente dopo asserisce che comunque Ratzinger «non manca di affermare che anche il cosmo, indissolubilmente legato all’uomo e alla sua sorte, parteciperà a questo destino di gloria».
 
Il tema della liturgia cosmica ritorna, dunque, negli interventi da papa, in particolar modo nei riferimenti alla dimensione eucaristica della vita cristiana. È il caso dell’omelia tenuta ad Aosta durante i vespri presieduti in cattedrale, quando Benedetto XVI, rimandando a due passi della Lettera ai Romani [cfr. Rm 12, 16; 15, 16], cita la «visione cosmica» di Pierre Teilhard de Chardin (1881 – 1955). Del teologo e paleontologo gesuita, Ratzinger ne aveva già fatto una rivalutazione quando, «nonostante una tendenza non del tutto immune da sospetti di simpatie per il biologismo», ne aveva apprezzato il tentativo di conciliare antropologia e cosmologia, ancora una volta in una prospettiva di escatologia cristocentrica:
 

(…) dopo gli insegnamenti ereditati da Teilhard de Chardin […], si potrebbe essere tentati di affermare che il messaggio biblico della fine del mondo e del ritorno del Signore non sia semplicemente un’antropologia in immagini cosmiche e nemmeno mostri solo un aspetto cosmologico accanto a quello antropologico, bensì rappresenti, nell’intima coerenza della visione biblica complessiva, il convergere di antropologia e cosmologia nella cristologia definitiva (…)

 
E come, quindi, non vi può essere più, a partire da questa visione, un aspetto accanto all’altro, così ad Aosta, Benedetto XVI affermava lo stesso della liturgia accanto alla realtà creata: «[…] la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo, ma che il mondo stesso diventi ostia vivente, diventi liturgia. E’ la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin: alla fine avremo una vera liturgia cosmica, dove il cosmo diventi ostia vivente».
E il Papa emerito afferma che tale visione ha uno scopo preciso: «la “trasformazione” del mondo, in adorazione di Dio, cominciando da noi stessi». L’espressione «cominciando da noi stessi» è significativa.
Sembra quasi venire a stemperare la critica teologica della visione ortodossa di Zizioulas nei confronti di sant’Agostino: di fronte a uno sviluppo eucaristico occidentale che ha privilegiato l’incontro personale spirituale all’offerta in nome del creato, Benedetto XVI sembra dire che ogni offerta a Dio del mondo perché sia trasformato o il cui gemito sia da lui ascoltato, passa da una trasformazione anzitutto del credente. È come se Benedetto XVI affermasse che ogni offerta del mondo può scaturire solo da una Chiesa trasformata dal sangue dell’Agnello. Resta comunque vera la necessità di recuperare maggiormente, nel culto occidentale, la dimensione cristiana antica di un sacerdozio che è anche «sacerdozio della natura».
 

Nell’Eucaristia noi mangiamo il perdono quotidiano e la remissione dei peccati. (Sant'Ambrogio)

Nell’Eucaristia noi mangiamo il perdono quotidiano e la remissione dei peccati. (Sant’Ambrogio)

Il concetto di trasformazione, inoltre, è ripreso, nell’omelia della messa del Corpus Domini del 2006 dove il Papa emerito, tra l’altro, parla dell’Eucarestia «come di una sintesi della creazione».
Egli invita a guardare al pane come «luogo» in cui concorrono insieme la sinergia delle forze del Cielo con l’opera dei suoi doni – la pioggia e la luce -, della terra e dell’uomo, con la sua attività e il suo spirito: in «questo piccolo pezzo di Ostia bianca, questo pane dei poveri […], la sinergia delle forze che rende possibile sul nostro povero pianeta il mistero della vita e l’esistenza dell’uomo, ci viene incontro in tutta la sua meravigliosa grandezza».
È a tal proposito che Réal Tremblay ha parlato del pane e del vino eucaristici come «una sorta di compendio dell’opera creatrice di Dio». Simone Morandini, invece, afferma che oltre ad essere, l’Eucarestia, luogo teologico in cui il pane manifesta «tutta la sua densità di simbolo naturale […], è anche luogo di una concreta educazione ad una pratica ecologica: il banchetto festoso della nuova creazione è donato nel segno dell’essenzialità e nulla deve andarne sprecato».
E il Cristo – afferma Benedetto XVI – sceglie tale pane come segno, proprio perché la creazione con i suoi doni, aspira aldilà di se stessa, verso qualcosa di più grande: «la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso».
 

Questa concezione dell’Eucarestia – quale segno scelto da Cristo per la sua natura sintetica in cui confluiscono le forze del creato insieme a quelle dell’essere umano, e destinato quindi ad «andare aldilà», trasformandosi nel Creatore stesso – è inoltre ripresa ed approfondita da Benedetto XVI nell’esortazione apostolica “Sacramentum caritatis“. Al n. 11, dove si parla di «un principio di un cambiamento radicale» posto nella creazione dall’istituzione eucaristica, tale principio è paragonato a una «fissione nucleare» così potente «che trasfigurerà la totalità del mondo, fino al momento in cui Dio diverrà, secondo san Paolo, tutto in tutti».
Commentando anche il n. 92 di Sacramentum caritatis, dove si afferma che «nel rapporto tra l’Eucaristia e il cosmo […], scopriamo l’unità del disegno di Dio e siamo portati a cogliere la profonda relazione tra la creazione e la “nuova creazione” inaugurata nella resurrezione di Cristo, nuovo Adamo», Réal Tremblay nota come di fronte ad un atteggiamento umano che tende ad aggredire il pianeta – sebbene vengano progressivamente alla luce timidi e talora inefficienti progetti internazionali – l’esortazione di Benedetto XVI capiti veramente a proposito:
 

Essa ricorda che il cosmo non viene dall’uomo ma da Dio, e dunque che esso non è “neutro” o senza proprietario e passibile di qualsivoglia utilizzo. […] l’offerta fatta al Padre del pane e del vino, compendium della creazione e del lavoro dell’uomo, sono ordinati a diventare presenza ed espressione dell’offerta cruciforme del Figlio in persona. Come allora abbandonarsi al saccheggio, quando la creazione e il lavoro dell’uomo sono, per così dire, stampi, matrici, forme preesistenti del pro nobis filiale? L’uso della creazione dev’essere dunque animato dalla mens, dal nous “pro-esistente” del Figlio.

 
E il rimando escatologico di Benedetto XVI alla “nuova creazione” non è un privare la terra del suo valore, bensì un donarle tutto il suo vero valore, poiché se la nuova creazione è in sostanza opera di Dio, il credente vi opera allora in una certa maniera, in accordo al disegno del Creatore: egli diviene il pro-logo di quest’opera di Dio, di cui solo Dio è l’epi-logo. L’eucarestia trova dunque qui la sua attualità, poiché «inserisce i credenti nell’unità della creazione temporale e della ri-creazione eterna» di cui, nella fede, essi fanno già esperienza.
L’accostamento Eucarestia – creato conduce dunque il credente a «sviluppare una spiritualità eucaristica profonda», capace di suscitare anche nel tessuto sociale una rinnovata attenzione alla salvaguardia dell’ambiente che, per il cristiano, resta luogo dove attuare una santificazione globale e per il quale egli non smette di innalzare il suo rendimento di grazie nel culto e fuori da esso.
 

Commenti

  1. Solo oggi ho scoperto questo sito ed è per un vero piacere.
    trovo tutto veramente interessante, anzi importante.
    L’ho scoperto per caso cercando notizie sul cartoon di Walt Disney – Fantasia, leggendo quindi un vostro articolo in merito.
    Ho appena letto i due articoli sul primo caso di step-child adoption e su Ecaristia e Creato.
    Fra l’altro sono impegnato sulle tematiche della Famigila, in particolare avendo approdondito molto le ideologie e le linee politiche che, purtroppo, mirano a dissolvere la stessa Famiglia Naturale, in favore di nuove idee e formazioni culturali e sociali che hanno l’obiettivo di snaturare e disgregare, molto concretamente, le stesse basi antropologiche della vita umana, oltrechè culturali e spirituali. Mettendo in forte discussione , avversandola, la stessa cultura cristiana che, ovviamente, è molto, molto più che un fenomeno culturale e sociale, come sappiamo.
    Anch’io come Voi sono un grande estimatore di Papa Benedetto XVI, Papa Ratzinger, credo una delle più grandi intelligenze di sempre, e non solo in ambito spirituale, religioso e culturale, ma soprattutto come uomo di grandissima fede e testimone autentico di Dio.
    Una fiugra umana che la Chiesa e i cristiani , forse il mondo, riscoprirà un domani come veramente un grande Papa e un grenade Uomo.
    Vi ringrazio molto per la vostra preziosa attività, che da oggi in poi mi propongo di seguire con grande interesse e attenzione.
    Dio vi benedica grandemente.
    Gualtiero Tedeschi

  2. Grazie per l’articolo FR. ALFREDO MARIA TORTORELLA
    Mi pare d’uopo fare un chiarimento in merito alle “rivelazioni private”, in effetti tali rivelazioni sia quelle riconosciute ufficialmente (una ventina) sia quelle in via di riconoscimento, sia quelle in corso non aggiungono nulla alla Rivelazione, ma sbagliano coloro che se disinteressano, ciò che che queste rivelazioni ci dicono non è altro ciò che è scritto nella Sacra Scrittura, ma che spesso non riusciamo a leggervi, nostro Signore ci ha detto che “Ritornerà”, è inutile cercare il “giorno e l’ora” come hanno fatto i cristiani del primo secolo e come hanno fatto e fanno certe sette moderne, Gesù ci invita ad esaminare “i Tempi” e da questi avere una comprensione di ciò che afferma la scrittura.

    E’ vero che la Chiesa lascia liberi di credervi o meno, ma se un avviso proviene dall’alto sarebbe stolto non prenderlo in considerazione ad esempio.

    La grotta che Bruno Cornacchiola definì luogo di peccato, era un luogo sia per incontri con prostitute, sia come discarica per gli aborti procurati, anche su questo abbiamo notizie di una veggente del 1937, dieci anni prima del Cornacchiola.

    Il secondo punto riguarda le “apparizione private”, come ben sappiamo con la morte dell’ultimo apostolo si chiuse la “Rivelazione” divina, ciò non vuol dire che Dio da allora non si interessa più dell’uomo, ma che lo fa in modo diverso, le apparizioni specie quelle autenticate dalla Chiesa, non aggiungono neanche una virgola alla “Rivelazione” ma ci aiutano a comprendere meglio i tempi dell’uomo, le apparizione possono essere accettate o rifiutate, credute o meno, questo perché non vincolano la fede.

    Le apparizioni, di solito, sono finalizzate alla consegna di messaggi (a volte scomodi), attraverso i quali la Serva del Signore e Madre della Chiesa, spiega agli uomini la ricchezza spirituale di grazia della Parola sempre attuale, sempre salvifica, sempre viva di Dio

    i messaggi delle apparizioni, riguardano vari aspetti carenti della vita della Chiesa , la mancanza di preghiera, la trascuratezza della vita sacramentale e la freddezza dei cuori verso Dio , e nello stesso tempo affrontano i problemi più urgenti della società ,le minacce gravi alla pace del mondo, la diffusione degli errori dell’ateismo e la perdita della coscienza del peccato.

    Di conseguenza le apparizioni ci provocano a rivedere alla luce del Vangelo noi stessi, sia in quanto popolo in cammino verso il regno di Dio, sia in quanto cristiani realmente e intimamente solidali con l’umanità intera, la solidarietà non significa “compromesso”, ma, manifestazione della “Carità” alla luce cristocentrica del Vangelo.

    Essi sono dunque degli appelli interpellanti che scuotono dall’inezia di fede, dalla sua agonia, e muovono alla speranza, che richiamano alla conversione e alla vita evangelica, con l’intento di riportare Dio al centro della storia personale e collettiva e guidarla verso il suo vero fine escatologico.
    La funzione delle apparizioni, quindi, non è quella di sostituire o integrare la fede, ma di metterla in luce, esse sono dei segni profetici, cioè un mezzo, attraverso la cui mediazione sensibile viene messa in evidenza la realtà del soprannaturale in cui crediamo o presumiamo di credere, viene sottolineato un aspetto particolare e spiritualmente significativo della rivelazione divina data dal Cristo e conclusa con la morte dell’ultimo apostolo, non sono una nuova rivelazione, ma una luce interpretativa di essa in senso carismatico, profetico e parenetico.

    Le “rivelazioni private” hanno o dovrebbero avere un grande influsso nella vita dei credenti, per cui esse, non riguardano soltanto il singolo e la sua vita spirituale ma benché siano “private”, si rivolgono, attraverso colui che immediatamente le riceve, alla Chiesa o a gran parte di essa.

    A differenza delle rivelazioni precristiane, le rivelazioni posteriori a Cristo hanno l’ecclesialità, nel senso che la loro essenza non si riferisce al contenuto oggettivo della fede ma al modo di agire e di comportarsi della Chiesa nella storia.
    Alla luce di ciò è d’obbligo porci delle domande.

    Si è sempre affermata la facoltà per il cattolico (ciò non vale per gli acattolici) di credere o meno a certi tipi di apparizioni, di farle proprie o di rifiutarle, poiché non inficiano la propria fede.

    Ma siamo sicuri che sia proprio così? ancora, le apparizioni “private” sono sempre private?.

    Vi sono apparizioni private le quali sono d’interesse privato, ossia tra il veggente e la Vergine Maria (la maggioranza sono mariane)

    Vi sono apparizioni, le quali pur essendo private sono d’interesse pubblico, ossia “Profezia pubblica”

    San Paolo ebbe a dire di non disprezzare le “profezie”, ma di vagliarle affinché si abbia la certezza della loro autenticità, è innegabile che vi siano state molte apparizione d’interesse “pubblico”, le quali sono state autenticate dalla Chiesa, come ve ne sono state molte d’interesse personale.

    Senza fare una genesi di tali apparizioni autenticate dalla Chiesa, prendo come esempio le apparizioni di Fatima, a dimostrazione che pur essendo “private” coinvolgono la fede del credente.

    Non voglio entrare nel merito del famoso terzo segreto, mi soffermo solo su di un avvenimento il quale “Obbliga” la fede del credente, mi riferisco al famoso “Miracolo del Sole”.

    In quegli oltre settantamila presenti, vi erano credenti, atei, agnostici, persone che cercavano un motivo per screditare tali apparizioni, come “O Seculo” , la notte aveva piovuto a dirotto, i presenti erano zuppi dall’acqua presa, il fango arrivava alle caviglie, ebbene, la Vergine Maria fece quel miracolo, il quale coinvolse tutti (trovandosi alla fine tutti asciutti compreso il terreno), poiché era destinato a tutti, tale miracolo metteva le persone davanti alla loro condotta, qualunque essa sia.

    Se dunque il “Miracolo del Sole” è stato vincolante per tutti quei presenti (ma molti altri lo videro a grande distanza) allora anche il “Messaggio” dato dalla Madonna ai pastorelli “Vincola” i fedeli, poiché non si tratta più di apparizione d’interesse privato, ma di “profezia pubblica”, poiché il messaggio era profetico d’interesse pubblico, e non ci può essere la facoltà di aderire o meno, di credere o meno, si è obbligati, in quanto l’intervento della Vergine Maria con tale miracolo impone al fedele di accettare e di ubbidire a tale messaggio, poiché esso è stato dato non per aggiungere qualcosa di nuovo alla propria fede, ma di conservarla, affinché “ubbidienti” a tali avvertimenti ci si mantenga nella fede, rimanendo sempre alla sequela del Cristo.

    Al contrario, l’apparizione a Bruno Cornacchiola (alle tre fontane), rientra esclusivamente d’interesse privato o personale, il quale da la facoltà di credere o meno, ma che in ogni modo “non vincola” il fedele, come invece è quello di Akità, la Salette ed in modo particolare Fatima.

    Siano lodati Gesù e Maria
    Francesco

  3. Grazie mille! Speriamo che la Beata Vergine vista dalla Beata Emmerick non sia la famosa “Gospa”… altrimenti lì dovremmo aspettarci sì il castigo di Dio preannunciato nei famosi segreti… Preghiamo!

  4. Bellissimo articolo. Io sono una grande estimatrice di Papa Benedetto XVI e anche se in pochi condividono questo mio pensiero, ritengo che per la Chiesa sia stata soltanto una grave perdita ricevere le sue dimissioni di fatto da Pontefice. Vorrei sapere da voi cosa ne pensate (lo chiedo a FR Alfredo Tortorella e alla redazione di Veniteadme) delle visioni della Beata Caterina Emmerick che specifica come intorno al 2000 un angelo le mostrò il formarsi una falsa Chiesa di Roma con due Papi uno accanto all’ altro… E vorrei una risposta obiettiva non marcatamente ecclesiastica. Inoltre vorrei ricordare che lo stesso Papa Benedetto XVI in una sua omelia disse nel 2005 disse pubblicamente questo:
    “Pregate per me, affinchè non fugga davanti ai lupi”…
    W SAN CAMILLO DE LELLIS – W LA CHIESA CATTOLICA ROMANO APOSTOLICA.

    • Carissima Angela, ti ringrazio per l’apprezzamento all’articolo. Anch’io sono un estimatore di Benedetto XVI, del suo pensiero teologico: una vera luce che resterà, a mio avviso, come eredità spirituale alla Chiesa. Circa la sua decisione di lasciare il ministero petrino, credo che sia stata la principale “riforma ecclesiale” e svolta di rinnovamento. Il “riformatore” a mio avviso, è anzitutto Benedetto XVI, con questa sua sconvolgente, inaspettata, ma possibile decisione. Mi parli poi delle visioni di Caterina Emmerick (1774-1824), monaca e beata della Chiesa Cattolica: credo tu ti riferisca alle rivelazioni ricevute fra il maggio e il settembre del 1820. Non voglio darti una “risposta marcatamente ecclesiastica” come dici, ma la posizione della Chiesa in merito alle rivelazioni private è anche la mia: le rivelazioni private vanno sempre rapportate alla Rivelazione biblica, pubblica data una volta e per sempre dallo Spirito nella Scrittura Sacra e le rivelazioni private, restano minimamente comprensibili (sempre in un contesto ecclesiale) dopo l’avvenimento dei fatti in questione (cfr. ad es., le rivelazioni sul Terzo Segreto di Fatima che il beato Giovanni Paolo II ha voluto espletare dopo i fatti a lui personalmente accaduti …).
      Le rivelazioni di Caterina, cara Angela, se lette bene inoltre lasciano sempre trasparire non eventi catastrofici nè di perdita totale della speranza: “Vidi di nuovo la Beata Vergine ascendere sulla Chiesa e stendere il suo manto su di essa. Vidi un Papa che era mite e al tempo stesso molto fermo… Vidi un grande rinnovamento e la Chiesa che si librava in alto nel cielo” (12 settembre 1820)… Credo che le rivelazioni private ci possano aiutare in questo: non a disperare ma sperare sempre, nella fede di questi fratelli e sorelle mistiche che non hanno mai contemplato un evento senza l’intervento e la presenza della Trinità Santissima, della Vergine e dei Santi! Dio ti benedica!

    • Salve signora Angela,
      Concordiamo naturalmente con quanto già espresso dal nostro caro collaboratore ed autore, ed aggiungiamo che in termini generali tendiamo ad essere molto, molto cauti nell’interpretazione delle rivelazioni private, così come in quelle del libro ultimo del Nuovo Testamento, libro eminentemente profetico dove ogni visione contiene in sè un σύμβολον (simbolo) molto profondo.
      Le visioni della Emmerich sono colme di simboli allo stesso modo, simboli come giustamente scriveva il collaboratore di non facile comprensione e sui quali oggigiorno in molti erroneamente speculano diffondendo un approccio forse troppo morboso alle rivelazioni private.
      L’invito che il Signore sicuramente vuole suggerisci è quello della piena fiducia in Lui, di non disperare, affinchè anche nel mezzo della tempesta si possa dire con tutto il cuore: “Nelle tue mani è la mia vita, o Dio” (Salmi 16).
       

      Sulle tue vie tieni saldi i miei passi
      e i miei piedi non vacilleranno.
      (…) Custodiscimi come pupilla degli occhi,
      proteggimi all’ombra delle tue ali.
      (Salmi 16:5-8)

       
      Confidiamo sempre nel Signore!
      La pace sia con lei! Ειρήνη σοῦ;
      La redazione

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