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Quel piccolo segreto delle mummie buddiste

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Quel piccolo segreto delle mummie buddiste header

Ogni giorno al tempio buddista di Wat Khunaram, nella provincia Surat Thani della Tailandia, centinaia di visitatori e fedeli accorrono per rendere omaggio, fotografare o semplicemente ammirare l’attrazione principale del luogo, nonchè simbolo spirituale: il corpo mummificato del monaco Luang Pho Daeng (1894 – 1973).
Il monaco in questione morì in posizione meditativa, e da allora il suo corpo è stato esposto in una teca di vetro in posizione verticale. Sorprendentemente, pur essendo passati più di 40 anni, il corpo mostra pochi segni di decadenza.
Per alcuni visitatori la vista della mummia comporta, ragionevolmente, uno spettacolo scioccante, ma per la maggior parte dei fedeli in esso vede un’opportunità per riflettere sulla transitorietà della vita: un memento mori mummificato, in sostanza.
Sebbene vi siano altre mummie dello stesso genere in tutta la Tailandia, quella di Luang Pho Daeng è senza dubbio tra le più venerate.

Stando ad una leggenda popolare il monaco in questione chiese ai suoi discepoli, poco prima della sua morte, d’essere cremato qualora il suo corpo si fosse decomposto oppure, in caso contrario, d’essere messo in mostra come “promemoria” visivo degli insegnamenti del Buddha.
Molto diffusa è inoltre la convinzione che siano gli stessi insegnamenti del Buddha a tenere il corpo in uno stato mummificato; altri credono invece che la santità del monaco lo abbia portato in quello stato di “immacolatezza”.
Per tale motivo in molti, spinti dall’euforia della comparazione, accostano erroneamente tali esempi a quelli ben più rinomati dei Santi cristiani i cui corpi sono rimasti totalmente incorrotti dopo la morte (a tal riguardo rimandiamo all’articolo “Il corpo incorrotto dei Santi“).
Difatti in realtà, al di là delle credenze popolari, Luang Pho Daeng, così come i monaci-mummie Arisada Hōin (宥貞法印) e Daijuku Bosatsu Shinnyokai-Shonin (真如海上人, XVII secolo), nel periodo finale della sua vita decise di praticare una tecnica buddista particolare e segreta, d’automummificazione: parliamo del Sokushinbutsu (即身仏).
 

Il Sokushinbutsu: tra privazioni e veleni

Con il termine Sokushinbutsu ci si riferisce ad una pratica buddista segreta di severa austerità, che porta alla morte e successiva mummificazione del corpo. Si tratta d’un processo di automummificazione che è stato praticato nei secoli passati soprattutto nella Prefettura di Yamagata – Giappone settentrionale – dai membri della setta esoterica Shingon.
Il Buddismo Shingon (真言 宗 Shingon-shu), è una delle scuole tradizionali giapponesi di buddismo e una delle poche restanti nel campo esoterico, basata sugli insegnamenti di Kūkai (空 海, noto come Kōbō-Daishi, 774 – 835 d.C.) che riprendevano dottrine cinesi considerate segretissime.
 

La mummia di Luang Pho Daeng

La mummia di Luang Pho Daeng

Questa tecnica d’automummificazione fu ampiamente praticata in Giappone dal XI secolo sino al tardo XIX secolo. I monaci buddisti si sottoponevano a un rito speciale conosciuto come nyūjō (入定) che, nella loro ottica religiosa, veniva ritenuto in grado di trasformarli in “Buddha viventi“: per 1000 giorni si impegnavano in un rigoroso esercizio ascetico e vivevano solamente in base ad una dieta speciale costituita da acqua, semi e noci al fine di rimuovere più grasso corporeo possibile.
Per i successivi mille giorni si nutrivano di radici e corteccia di pino, iniziando allo stesso tempo a bere tè urushi (prodotto dalla linfa tossica d’albero di lacca cinese, Toxicodendron vernicifluum).
La linfa tossica, normalmente utilizzata per laccare ciotole e piatti, serviva per respingere vermi e altri parassiti al fine d’impedire il decadimento del corpo dopo la morte. Nella fase successiva, i monaci venivano sepolti vivi in una tomba di pietra di dimensioni appena sufficienti per permettere loro di sedersi nella posizione del loto.
In quella sorta di “prigione” erano in grado di respirare attraverso un tubo collegato con l’esterno e suonare un campanello una volta al giorno per segnalare all’esterno d’essere ancora in vita. Quando il campanello smetteva di suonare, il tubo veniva rimosso e la tomba sigillata.
Passati circa cento giorni, la tomba veniva aperta per vedere se il corpo si era mummificato con successo: i pochissimi che raggiungevano tale stato venivano messi in mostra nei templi, mentre gli altri venivano sotterrati o cremati.
 

Una ricerca scientifica condotta nel 1960 ha inoltre trovato tracce di arsenico nel corpo di questi “aspiranti Buddha”, convalidando l’ipotesi secondo la quale oltre a bere tè urushi ingerivano quantitativi non indifferenti d’arsenico presente in alcune fonti nei pressi dei templi.
Secondo questi preti e monaci, il processo di automummificazione avrebbe prodotto un corpo incorrotto, permettendo loro di raggiungere alla fine uno stato spirituale simile a quello del Buddha, piuttosto che dover rinascere in un altro corpo. Altri intraprendevano questa via di privazioni nella speranza di poter divenire esempi viventi – o mummie – per i posteri.
Finora, solo 24 di queste mummie sono state esposte e documentate, sebbene con il tempo i corpi si sono definitivamente decomposti divenendo perolpiù scheletri (a differenza dei santi cristiani i quali sono rimasti incorrotti). La pratica del Sokushinbutsu è stata vietata dal governo Meiji nel 1879 – e tutt’ora è vietata – in quanto viene considerata suicidio assistito.
 

Cosa dunque pensare alla luce di codesto piccolo viaggio nei meandri del Buddismo esoterico?
Certamente, a differenza di quanto sostengono studiosi dell’argomento come Nicola Pietro Bonaldi, non si può utilizzare il termine “corpi incorrotti” in quanto ci troviamo di fronte ad un chiaro rallentamento della decomposizione piuttosto che all’immacolatezza, perlopiù indotto da veleni.
In sostanza, l’essenza del Sokushinbutsu contempla in sé sia l’accettazione del suicidio sia una visione estremamente fatalista della vita che ne svuota il significato: al di là delle implicazioni religiose e del significato metafisico, ci si chiede se si può realmente definire “un modello” a cui aspirare, persino per un buddista.
Non a caso, dallo storico e docente di studi buddisti alla Berkley University Robert H. Sharf è stato giustamente rinominato come l'”idolatrare l’illuminazione“, ovvero una tecnica in origine cinese – e ben poco spirituale – capace di donare unicamente illusorie promesse d’immortalità, travestendole abilmente sotto il nome “illuminazione”.
 
 

Commenti

  1. Queste dettagliate informazioni attinenti il buddismo, secondo voi servono ad incrementare la Cultura Cristiana oppure a delegittimare in qualche modo il buddismo odierno, quello praticato in occidente e in particolare dalla Soka Gakkai Internazionale ormai presente in quasi 200 Paesi nel mondo? Grazie

    • Salve,
      Scrivere la verità non può far altro che bene alla ragione, al di là della religione praticata.
      Nel nostro sito abbiamo anche denunciato attività superstiziose che nulla hanno a che fare con il Cristianesimo, sebbene ad esso dichiarano di appartenere.
      Oltretutto, nell’articolo abbiamo analizzato una superstizione particolare che appartiene ad una certa corrente del Buddismo, non è comune a tutti i buddisti. Non essendo la Soka Gakkai appartenente al Buddismo non vediamo come possa offendere i seguaci.
      In qualsiasi caso, crediamo fermamente che la cultura cristiana sia sinonimo di verità.
       
      La pace sia con lei! Ειρήνη σοῦ;
      La redazione

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